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Agenzia DN : IL 1799 AD AGNONE (MOLISE) - Del prof. Remo de Ciocchis
Inviato da D.N. il 21/5/2020 7:40:00 (1497 letture)

gifcapriIl generale Jean-Étienne Championnet, comandante in capo dell’esercito francese nell’Italia centro-meridionale, dopo aver riconquistata Roma nei giorni 11 e 12 dicembre 1798, invase senza indugi il Regno di Napoli, colpevole di aver mandato le sue truppe contro la Repubblica Romana a favore della restaurazione del potere papale.



Il generale Jean-Étienne Championnet, comandante in capo dell’esercito franceseL’esercito francese si articolò in due corpi: uno si diresse verso  la Terra del Lavoro (divisioni Rey e Mac Donald con le quali c’era anche il comandante in capo Championnet) e un altro attraversò l’Abruzzo e il Molise.



In queste ultime due regioni le operazioni furono condotte dalle Divisioni Duhesme e Lemoine, che procedettero inizialmente separate per poi riunirsi  a Sulmona, da dove partirono per raggiungere Castel di Sangro e tramite la valle del Volturno  arrivare a Isernia, Venafro e infine a Capua.




Con i due corpi dell’esercito francese qui riuniti, il gen. Championnet conquistò Napoli, dopo 3 giorni di combattimenti asprissimi per ogni strada. Mentre il re Ferdinando IV, sotto la protezione inglese, si rifugiava in Sicilia, a Napoli veniva proclamata il 23 gennaio 1799 la Repubblica  Partenopea.




La città di Agnone al tempo in cui si verificarono questi eccezionali avvenimenti aveva 7500 abitanti e apparteneva all’Abruzzo Citeriore o Chietino nell’ambito del Regno di Napoli.




Era una città interna, particolarmente  popolosa, fiorente soprattutto per l’agricoltura, l’artigianato,  per un cospicuo numero di chiese e conventi, nonché per la presenza di numerosi professionisti e per la sua cultura.




L’Onciario del 1753 evidenzia che era una delle cittadine più attive in quell’epoca nell’Abruzzo e nel Molise.




Il giorno successivo al Natale 1798, prima che l’avanzata francese raggiungesse il Sangro, fiume poco distante da Agnone,  l’amministrazione comunale di questa città ricevette una lettera dal governatore baronale di Villa Santa Maria(CH) di radunare gente armata per opporre resistenza all’esercito invasore.




Poco dopo però si seppe  la notizia della resa di Pescara e giunsero in Agnone parecchi soldati borbonici sbandati e fuggiaschi, per cui il popolo agnonese  restò in attesa dello svolgersi degli avvenimenti.




Agnone non fu invasa dall’esercito francese, ma Il 9 gennaio 1799 – secondo  Alfonso Perrella - giunse in essa il proclama del gen. Duhesme, che ordinava a tutti i cittadini di mettersi la coccarda tricolore, come segno di solidarietà con il suo esercito liberatore.




Questo proclama accese soprattutto gli animi dei liberali o giacobini agnonesi, mentre intimorì quelli dei realisti locali.




I liberali, favore
Prof. Remo de Ciocchisvoli agli ideali della Francia rivoluzionaria, che da tempo solevano riunirsi nel fondaco Covitti, sito nella piazza centrale di Agnone,  erano capeggiati dal sacerdote don Giuseppe Lucci, che fece affiggere il proclama del gen. Duhesme per le strade.




Qualche giorno dopo, il 13 gennaio il Lucci e Guglielmo Covitti, fregiati della coccarda tricolore, vennero aggrediti da alcuni realisti, che li inseguirono  sino alla casa del notaio Innocenzo Busico, che venne anche lui malmenato insieme ai suoi familiari.




I realisti, facendo anche suonare le campane della città, si attivarono anche il giorno successivo,  ma i liberali, guidati dall’intrepido prete Lucci ebbero la meglio, disarmando gli avversari. Uno di essi, Vincenzo Busico, soprannominato Felocco, morì perché gravemente ferito.




Il 15 gennaio, l’altro aggressore del sacerdote Lucci, che si chiamava Alessio Di Pasqua, soprannominato Pannarazzo, dopo essere stato sottoposto a un processo sommario,  per ordine di Carlo Barbieri, fu fucilato in Piazza del Tomolo (oggi Piazza Plebiscito).




Questi  sanguinosi fatti spaventarono i realisti.




L’aspra lotta tra liberali e realisti in Agnone si risolse a favore dei primi. Infatti  - come ha scritto il Bocache -  questa città si distinse per aver subito dato l’esempio nella provincia di Chieti di scuotersi dal  giogo borbonico.




Ancor prima  che venisse costituita a Napoli la Repubblica partenopea, Agnone si era già liberata dai borbonici e fu gestita da una specie di comitato rivoluzionario.




Ma appena giunse la notizia che a Napoli il 23 gennaio  era stata proclamata la Repubblica, subito fu presa l’iniziativa di erigere  nella Piazza del Tomolo l’albero della libertà.



Qualche giorno dopo ai primi di febbraio fu costituita la Municipalità di Agnone, di cui divenne Presidente il notaio Libero Serafini, che sotto l’albero della libertà parlava agli agnonesi dell’ importanza della democratizzazione della società, ispirandosi ai principi rivoluzionari d’ Oltralpe.




Nel frattempo Carlo Barbieri assumeva la carica  di Commissario del Cantone di Agnone composto di 17 comuni, che apparteneva al Dipartimento del Sangro, il cui Commissario Generale fu Nicola Neri, nominato dal governo repubblicano di Napoli.




Il 19 febbraio un altro albero della liberta veniva innalzato alla periferia di Agnone nel largo Fontana Rosa.




La Municipalità di Agnone procedette, con un pubblico parlamento svoltosi il 27 febbraio, a costituire la Guardia Civica, eleggendo come capitani di essa Medoro Gamberale,  Filippo Tirone e  Raffaele Cocucci.




Della costituzione della Guardia Civica fu informato  il generale francese Coutard, comandante in capo delle forze  di occupazione in Pescara,  con l’assicurazio
Agnonene che i liberali agnonesi erano in grado di controllare la situazione e che quindi non avevano bisogno per il momento della presenza della forza francese.




Il generale Coutard rispose con una lettera ai giacobini di Agnone, lodandone la condotta e pregandoli di continuare nel loro rivoluzionario comportamento.




La Guardia Civica mostrò subito entusiasmo e impegno nella sua azione. Filippo Tirone addirittura fece realizzare, in una delle fonderie di Agnone, un cannoncino  da montagna in bronzo che venne utilizzato dalla Guardia Civica nelle spedizioni svolte da sola o con altre forze per indurre i comuni del proprio Cantone o di Cantoni vicini ad aderire alle nuove leggi della Repubblica Partenopea.




La prima azione della Guardia Civica agnonese fu svolta nei confronti del vicino Comune di Caccavone (oggi Poggio Sannita), i cui abitanti, impauriti  da alcuni colpi del cannoncino subito aderirono al moto rivoluzionario, piantando anch’essi l’albero della libertà e istituendo la municipalità.




Successivamente la Guardia Civica agnonese, su richiesta del Commissario Neri,  partecipò ad azioni soprattutto nei paesi della Regione del Matese.




Fu presso Macchiagodena che cadde combattendo il patriota agnonese Michele Paolantonio.




Il rientro della Guardia Civica il 28 aprile ad Agnone diede luogo a festeggiamenti, durante i quali in Piazza del Tomolo fu innalzato il secondo albero della libertà.




Il Perrella ricorda che poco dopo un consiglio di guerra, composto da ufficiali della Guardia Civica e da membri della Municipalità,condannò due realisti alla fucilazione, «alla quale don Filippo Tirone assistette a cavallo, in uniforme e con la sciabola sguainata».




Non è da escludere che potessero esserci degli eccessi di violenza anche nei comportamenti dei liberali.




Mentre  una parte della Guardia Civica agnonese venne di nuovo impegnata nelle spedizioni del Neri per la conquista prima di Trivento e poi di Vasto, la Municipalità di Agnone operava non solo per consolidare gli ordinamenti repubblicani, ma soprattutto perché i realisti non si riappropriassero del governo della città.




Accadde che prima della metà di maggio, quando la rivoluzione repubblicana stava declinando, un sacerdote agnonese realista don Giuseppe De Cristofaro andò a Lanciano per sollecitare i comandante borbonico Giuseppe Pronio a venire con i suoi armati a occupare Agnone.




Il Pronio inviò in data 15 maggio una lettera a Libero Serafini, Presidente della Municipalità di Agnone, ordinando di abbattere gli alberi della libertà e di “realizzare” la sua città.




Il Serafini rifiutò di eseguire questo ordine, precisando che Agnone intendeva rimanere legata alla Repubblica Napoletana.




Poiché la minaccia dell’occupazione di Agnone da parte del Pronio era incombente, il 20 maggio il presidente della Municipalità Libero Serafini, don Giuseppe Lucci, Carlo Barbieri, i fratelli Tirone e altri si allontanarono dalla loro città nella direzione di Campobasso per chiedere rinforzi. Poiché la situazione stava precipitando ciò non fu possibile.




Mentre l’esercito francese lasciava in fretta il territorio della Repubblica per  risalire la penisola al fine di arginare l’avanzata russa del gen. Suvaroff, tesa a invadere il territorio francese, l’Armata Sanfedista,  guidata dal cardinale Fabrizio Ruffo, dopo una serie di vittorie, costringeva il Governo repubblicano, ormai rimasto solo,  a concentrare le forze disponibili per la difesa di Napoli.




Gli Agnonesi che si erano recati a Campobasso di fronte a questi avvenimenti si divisero.




Alcuni di essi decisero di ritornare ad Agnone, ma vennero arrestati dai realisti locali nei pressi di Caccavone e, tradotti al cospetto del Pronio,  furono poi rinchiusi nel carcere di Chieti.




Due sacerdoti agnonesi realisti,don Giuseppe De Cristofaro e don Giuseppe Daniele,  dietro ordini del Pronio, favorirono il 27 maggio l’entrata trionfale in Agnone degli armati di Fedele Federici, che abbatterono tutti gli alberi della libertà.




Inoltre fu soppressa la Municipalità e la  Guardia Civica e ripristinati gli antichi ordinamenti. Così finiva la piccola “repubblica” agnonese.




Nel frattempo mentre il Barbieri e il Lucci decisero di recarsi a Napoli insieme al comandante Neri per contribuire all’estrema difesa della città, il Serafini, dopo essere stato ferito sul Matese,  fu invece dell’avviso di recarsi ad Avellino per unirsi alla forze tese ad arginare l’esercito sanfedista prima che raggiungesse la capitale.




Dopo la sconfitta della repubblica napoletana il sacerdote Lucci fu arrestato in Napoli e dalla Giunta di Stato condannato all’esilio fuori dal Regno. Carlo Barbieri riuscì, sempre in Napoli, a sfuggire all’arresto e a riparare in Valtellina.




I fratelli Tirone furono arrestati in Agnone e poi rinchiusi nel carcere di Chieti. Libero Serafini, che fu certamente il personaggio più importante dei liberali agnonesi, venne  invece arrestato ad Avellino, e per non aver voluto abiurare il giuramento prestato alla Repubblica Partenopea, fu l’11 giugno impiccato fuori la Porta di Puglia. G. Fortunato ha scritto: «In verità, poche grandezze morali pareggiarono quella di Libero Serafini nella storia della Repubblica Partenopea».




Dopo la vittoria sanfedista tutti i liberali agnonesi arrestati furono processati a Chieti.  Il 14 febbraio 1800 il processo si concluse con ben 9 condanne a morte e con la confisca dei beni nei confronti di tutti gli imputati.




Ma subito ci fu un’attività insonne da parte dei congiunti dei condannati nei confronti degli organi competenti per impedire la sentenza e favorire una revisione del processo.




Tra l’altro si sosteneva come le condanne erano state troppo severe, se si pensava a quella inflitta  dalla suprema Giunta di Stato al sacerdote don Giuseppe Lucci, al quale era stato comminato solo l’esilio, pur essendo stato il principale incitatore e capopopolo durante il periodo repubblicano in Agnone.




Alla fine il 30 maggio 1801, ricorrenza dell’onomastico del Re, fu emanato un indulto, tramite il quale tutti i condannati furono rimessi in libertà.




Nella storia della Repubblica Partenopea del 1799 ad Agnone spetta sicuramente un posto dignitoso.




Grande fu in questa città l’entusiasmo  per la libertà e vi furono certamente persone che diedero tutto, anche la loro vita, perché trionfasse un mondo più libero e più giusto.




Il ricordo degli alberi della libertà che furono innalzati in Agnone in quegli eccezioni mesi è restato sempre vivo negli abitanti di questa città, e certamente ha contribuito a far sì che anch’essa  progredisse nell’affermazione dei diritti «naturali e imprescrivibili» dell’uomo e del cittadino, promulgati dalla rivoluzione francese,  e quindi nella direzione della giustizia e della dignità umana.




 




 




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