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Rubriche > DIALOGO CON L'EDITORE > Criminalità organizzata, mafia o mafie?
Criminalità organizzata, mafia o mafie?
Articolo di Giuseppe Piccolo pubblicato il 21/7/2018 (96 Letture)
Sebbene i diversi termini vengano spesso usati in modo indistinto, la definizione di cosa sia mafia o crimine organizzato è oggetto di un acceso dibattito. Per ‘criminalità organizzata’ si intende l’attività posta in essere da associazioni per delinquere a struttura articolata, che si avvalgono della forza di intimidazione, del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento che ne deriva per commettere delitti.


Con il termine ‘mafia’ si indica invece, innanzitutto, quello specifico complesso di organizzazioni criminali sorte in Sicilia nel 19° secolo, diffuse su base territoriale, rette dalla legge dell’omertà e strutturate gerarchicamente, così come definite dall’articolo 416 bis del codice penale italiano.



Il minimo comune denominatore tra i due concetti è dato dalla ricerca del profitto attraverso ogni mezzo, e in particolare tramite l’utilizzo della violenza, e dalla struttura organizzativa creata a tale scopo. In entrambi i casi vi è poi la non coincidenza tra l’attore criminale e l’attività extra-legale, in quanto il perseguimento delle finalità economiche passa necessariamente, sempre di più, attraverso l’investimento dei profitti illeciti nel mercato legale. E tuttavia tra mafie e crimine organizzato esistono differenze significative.



Il termine mafia rimanda infatti allo specifico contesto sociale, politico ed economico che sta alla base della sua affermazione, e senza il quale si perderebbe una delle caratteristiche fondamentali del fenomeno mafioso. A distinguere quest’ultimo dalla criminalità organizzata vi è il rapporto peculiare che l’organizzazione mafiosa intrattiene con il territorio e l’autorità politica. L’uso della violenza è infatti strumentale anche all’instaurazione di un controllo del territorio sempre più totalizzante, fino quasi a sostituirsi allo stato nell’esercizio delle sue funzioni, quali la gestione dell’economia, il mantenimento dell’ordine, l’amministrazione della ‘giustizia’. Questo stesso potere si traduce al contempo nel controllo di risorse politiche fondamentali – il voto – che consentono alle mafie di porsi come interlocutori della politica, affiancando (o sostituendo) alla logica della contrapposizione quella dello scambio, del ricatto, dell’infiltrazione.



Per estensione, il termine ‘mafie’ denota quindi tutte quelle realtà in cui l’attività dei gruppi criminali organizzati è finalizzata non solo alla ricerca del profitto, ma anche o soprattutto al perseguimento di una vera e propria strategia ‘politica’ di controllo del territorio – fino all’affermazione di un vero e proprio monopolio della violenza considerata ‘legittima’ – e di un rapporto di connivenza con lo stato.  



Mafia, camorra e ’ndrangheta: le origini



Mafia, camorra e ’ndrangheta sono un originale prodotto criminale dell’Italia dell’Ottocento. Sin dalle origini si presentarono come una sconvolgente novità rispetto alla criminalità dei secoli precedenti perché esse si strutturarono in organizzazioni con una precisa scala gerarchica, si diedero delle regole – a cominciare dalla principale, che è quella dell’omertà – elaborarono codici di affiliazione, leggende in grado di attirare i giovani e si fornirono di un progetto criminale di lunga durata. Per queste ragioni sono state capaci di attraversare i decenni e di arrivare sino ai nostri giorni dopo essere sopravvissute a regimi politici tra di loro molto differenti: borbonico, liberale, fascista, repubblicano.



La camorra è la prima formazione mafiosa che s’affaccia sul proscenio criminale; le sue radici sono saldamente piantate nella Napoli borbonica che all’epoca era la capitale del Regno, la più grande città italiana per popolazione, seconda solo a Parigi in Europa.



Dopo l’unità d’Italia si affermò la mafia siciliana che dominò incontrastata il crimine organizzato per un lungo periodo di tempo, dagli albori del nuovo Regno d’Italia fino ai primi anni Novanta del Novecento.



Negli ultimi tempi, in particolare dopo le stragi di Capaci del 23 maggio 1992 e di Via d’Amelio del 19 luglio dello stesso anno, è balzata in primo piano la ’ndrangheta calabrese.



Le tre organizzazioni mafiose hanno tante cose in comune e nel contempo sono diverse l’una dall’altra. In comune hanno sicuramente l’origine geografica, perché nascono tutte nel Meridione, il medesimo periodo storico – che si può collocare nei decenni che precedettero e seguirono l’unità d’Italia – e soprattutto gli stessi fini, che possono essere riassunti nella ricerca della ricchezza e del potere da ottenere con qualsiasi mezzo, a cominciare da un uso spregiudicato, spesso selvaggio e belluino, della violenza, che può vantare al suo attivo una quantità infinita di omicidi e numerose stragi.



La ricerca del denaro è stata, e lo è ancora oggi, un’attività costante, che non ha subito interruzioni; avveniva in ogni tempo e dappertutto, particolarmente nei luoghi dove era possibile esercitare un’intermediazione parassitaria delle attività economiche all’epoca considerate più lucrose. In pieno Ottocento, per esempio, la Conca d’Oro di Palermo era ricca di agrumi: arance profumate, mandarini e limoni dai colori luminosi erano le merci pregiate che raggiungevano lontani mercati dopo essere state imbarcate su navi. Allo stesso modo viaggiavano le merci, anch’esse pregiate, dell’agricoltura calabrese che avevano una significativa presenza nella piana di Gioia Tauro, dove accanto agli agrumi c’erano secolari piante d’ulivo che producevano notevoli quantità di olio e di olive. I mafiosi imponevano ai produttori la loro tassa su ogni merce trasportata, oppure pretendevano la ‘camorra’ – a quei tempi così si definiva il pizzo – sulle attività di gioco, in particolare a Napoli: una tassa sul vizio. Era la fase aurorale della loro presenza nel campo economico, quella caratterizzata dal parassitismo; i mafiosi prelevavano una quota del profitto altrui, della ricchezza generata dal lavoro nelle campagne e dai commerci. Per svariati decenni vissero in questo modo nelle regioni d’origine sfruttando le risorse dell’agricoltura, esercitando la guardiania sulle terre dei proprietari terrieri, imponendo il pizzo, rubando e vendendo animali, a volte vivi, altre volte dopo averli uccisi e macellati.



Per un lungo periodo dopo l’unità, le mafie si preoccuparono prevalentemente di estendere e consolidare il loro potere controllando il territorio e inserendosi nei gangli dell’economia locale. Erano mafie regionali che operavano esclusivamente nei luoghi d’origine con una struttura flessibile e articolata; erano ancora stanziali perché non avevano bisogno di uscire dal loro territorio, né tanto meno di abbandonare la regione di provenienza.



Dalla penisola al mondo: l’espansione della criminalità italiana



I primi spostamenti non tardarono ad arrivare e cominciarono a essere segnalati sin dagli ultimi decenni dell’Ottocento per proseguire con maggiore intensità nei primi decenni del Novecento. È in questo periodo che si realizzarono imponenti flussi migratori che spinsero enormi masse di meridionali ad abbandonare le loro terre per cercare fortuna altrove. È il periodo iniziale della grande emigrazione europea e transoceanica.



Sono innumerevoli le località dove si recarono i lavoratori italiani, non solo quelli meridionali, a conferma del fatto che gli italiani possono essere definiti a giusta ragione un popolo di emigrati, anche se questa caratteristica, che è durata fino a pochi decenni fa, tende ad essere dimenticata negli ultimi anni con l’arrivo degli immigrati extraeuropei.



L’emigrazione di un numero davvero notevole di meridionali cambiò il volto delle campagne e dei paesi del sud d’Italia e diventò per tante comunità una vera e propria dimensione di vita, perché in questi luoghi una fitta rete di relazioni e di contatti, soprattutto epistolari, legava coloro che erano rimasti in paese ai parenti che erano partiti verso destinazioni lontane, dai nomi sconosciuti; spesso senza che per questi parenti partiti ci fosse alcuna possibilità, o volontà, di farvi ritorno.



Anche i mafiosi emigrarono – non tutti, naturalmente – e nelle nuove sedi, a stretto contatto con i corregionali, ebbero l’opportunità di costruire strutture mafiose che in determinati periodi ebbero una certa rilevanza sociale, politica e storica, come negli Stati Uniti



Sigarette e droga: la svolta



I primi anni Cinquanta sono molto importanti perché rappresentano un vero e proprio tornante nella storia delle mafie. È in questi anni che esse entrano a vele spiegate nel grande traffico dei ‘tabacchi lavorati esteri’, secondo la definizione che le autorità di polizia diedero alle sigarette offerte in circuiti illegali a prezzi molto inferiori rispetto a quello delle sigarette italiane vendute in regime di monopolio statale nelle tabaccherie. Il contrabbando di sigarette estere iniziò durante l’occupazione militare alleata. Furono uomini appartenenti alle truppe alleate che diedero il via a questa lucrosa attività criminale.



Un ruolo significativo lo rivestì il porto di Napoli. Lì riprese vigore un’attività contrabbandiera che in seguito sarebbe diventata camorrista, favorita da Vito Genovese – un singolare personaggio mafioso italoamericano d’origini campane e dalla vita criminale molto movimentata e spericolata. La sua è una storia davvero avventurosa: uscito di prigione a inizio secolo, dov’era stato condannato a un anno per possesso di arma illegale, conobbe Lucky Luciano, di cui diventò amico inseparabile per quarant’anni. Lucky Luciano, nuovo boss della Famiglia dopo la guerra castellammarese, nominò Genovese suo vice: così, a soli 34 anni, il giovane diventò uno dei più potenti mafiosi di New York. Con lo sbarco alleato ritroviamo Genovese in Italia al seguito del colonnello statunitense Charles Poletti, di cui era l’interprete ufficiale. Genovese, però, non era uno dei tanti interpreti che lavorava con Poletti; era prima di tutto un mafioso con grandi capacità organizzative, che mise in mostra curando i suoi affari nel mercato nero e nel contrabbando. Si deve infatti a lui la creazione di una vasta organizzazione di mercato nero che, partendo dalla Sicilia, si estese a tutto il Mezzogiorno. Con il suo benestare cominciarono a essere scaricate dalle navi alleate casse di sigarette che erano state imbarcate nel porto franco di Tangeri. Aveva inizio, in grande stile, il contrabbando di sigarette estere che proseguirà successivamente. In quegli stessi anni si stabilì a Napoli anche Lucky Luciano, il quale aveva una visione strategica degli affari criminali di portata globale. In particolare, aveva intuito il ruolo che avrebbero potuto giocare il porto di Napoli, e più in generale tutta l’area circostante, nei traffici internazionali di sigarette e di narcotici, che tutto lasciava intendere sarebbero stati di sicuro fiorenti ed economicamente vantaggiosi. Quando le truppe alleate diminuirono la presenza nell’area, le navi contrabbandiere dovettero trovare altre soluzioni; una di queste comportò la scelta di rifornirsi direttamente nei porti di Marsiglia, Tangeri e Gibilterra.



In parallelo con il contrabbando di sigarette s’avviò il traffico di stupefacenti, seppure ancora in modo artigianale e molto timidamente. Un solo esempio dà l’idea di quello che stava accadendo. Nella primavera del 1952 ad Alcamo furono sequestrati sei chilogrammi di eroina che avrebbero dovuto raggiungere il porto di Palermo per essere imbarcati su un piroscafo diretto negli Stati Uniti.



Il carico di droga era partito da Anzio, da un’abitazione che era di proprietà di Frank Coppola, mafioso di rango rientrato dagli Stati Uniti nel 1946. Era andato ad abitare a Pomezia, sul litorale laziale, ma la base per i suoi affari continuava a rimanere a migliaia di chilometri di distanza, a Partinico, da dove esportava il ‘famoso brodo vegetale di Partinico’, come si leggeva sulle etichette delle scatole che nascondevano eroina. Il traffico, data l’epoca, era sicuramente di notevoli proporzioni e interessava diverse località: Milano, Pomezia, Palermo, Alcamo, Stati Uniti.



Un anno prima aveva cominciato a muovere i primi passi nel traffico degli stupefacenti un giovane mafioso che avrebbe ricoperto in futuro ruoli molto importanti in Cosa nostra: Gaetano Badalamenti, il noto don Tano originario di Cinisi. Altri personaggi importanti di questo periodo aurorale furono Tommaso Buscetta, Angelo La Barbera e Salvatore Greco ‘l’ingegnere’.



All’inizio sia il contrabbando di sigarette sia il traffico di stupefacenti furono sottovalutati.



Non si comprese la portata distruttiva e devastante sui giovani e sulle famiglie, non si previdero i morti che si sarebbero contati a migliaia, né furono intuite, se non in parte, le grandi potenzialità economiche che traffici di quella natura, soprattutto quello dei narcotici, era in grado di generare e di alimentare.



Il contrabbando di ‘bionde’ – così erano chiamate in gergo le sigarette – fu subito circondato da un notevole consenso popolare perché vendere sigarette non era considerato disdicevole e si potevano acquistare a un prezzo di gran lunga molto più favorevole di quello praticato dal tabaccaio. A Napoli c’erano molti giovani o giovanissimi venditori guardati con una certa benevolenza, perché si riteneva che fosse meglio vendere le bionde al minuto negli innumerevoli banchetti che invadevano le vie della città invece che commettere altri reati come omicidi, furti, rapine, scippi.



La stessa logica si affermava anche nel nord Italia, come racconterà il genovese Luigi Dapueto: un curioso personaggio di contrabbandiere gentiluomo, una figura d’altri tempi, che non considerava immorale vendere sigarette di contrabbando; anzi, era persino orgoglioso del suo passato di contrabbandiere di sigarette. Ne parlava magnificando quella professione dove erano richiesti coraggio, astuzia, un certo spirito intraprendente, conoscenza dei luoghi e degli uomini; per di più lui era convinto che non ci fosse nulla di particolarmente riprovevole nel frodare il fisco.



Il periodo d’oro del contrabbando fu quello degli anni Cinquanta. Fu allora che si costruirono le basi per i traffici del futuro e si realizzarono le condizioni per creare una rete di rapporti tra mafiosi siciliani, criminali campani e mafiosi calabresi. Le mafie decisero di unire le forze per condurre in porto affari che oramai era necessario, oltre che più conveniente, gestire insieme e per condividere il più possibile la rete di relazioni che ognuna di loro possedeva autonomamente.



In questa fase era ancora solido il rapporto con i francesi. Il formarsi di un mercato illecito nel bacino del Mediterraneo e su scala ancora più vasta coinvolse criminalità di diverse città. Napoli e Marsiglia ne furono uno degli esempi più significativi. Non di rado c’erano triangolazioni tra siciliani, napoletani e francesi. La merce partiva da Nizza e arrivava al largo delle coste italiane, dove squadre contrabbandiere erano pronte a scaricare le casse di sigarette su pescherecci italiani che le portavano sulle coste siciliane, campane o calabresi, a seconda delle possibilità di trovare coste libere da controlli della Guardia di finanza.



I porti hanno sempre giocato un ruolo strategico, dal momento che emergeva e si rafforzava sempre di più la componente mercantile delle mafie italiane. Uno dei porti principali da cui partiva gran parte delle casse era Tangeri, ma dopo l’abolizione della zona franca avvenuta all’inizio degli anni Sessanta venne progressivamente sostituito con Gibilterra e con altri approdi.



Anche per la droga ci fu un’iniziale sottovalutazione. Il campanello d’allarme prese a suonare forsennatamente solo quando l’eroina cominciò a colpire i ragazzi della tranquilla classe media americana, distruggendo la vita di molti giovani. Durante la Guerra in Vietnam, in particolare tra il 1965 e il 1972, i soldati americani (che nel 1969 avevano raggiunto la cifra di 550.000 unità) fecero ampio uso di droghe e ciò determinò l’aumento in grandi proporzioni del numero dei tossicomani presenti negli Stati Uniti. Da quel momento non fu solo un fatto americano, ma diventò un problema mondiale. La paura per i rischi che si correvano si estese dappertutto. In Europa, per esempio in Italia e anche nella vicina Francia, per molti anni non si era considerato il problema della droga come una questione prioritaria. Proprio in Francia nel 1969 fu accertato il primo morto ufficiale per overdose. In Italia il primo morto per droga sarà registrato solo nel 1974. 



 


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