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News : La bellezza dell’anima di Lucia Stendardo
Inviato da D.N. il 6/7/2020 8:00:00 (545 letture)

Dopo la mia recensione al libro “Mistico autunno” di Lucia Stendardo (“Dimensione Notizia” dell’ 8.3.2017) ho creduto opportuno, anche se è passato del tempo, un approfondimento di un passo significativo di questa pubblicazione. Mi riferisco alla poesia “A Remo”(p.168), la quale rivela la profondità e la bellezza dell’ anima dell’Autrice. E’ costituita da versi sciolti e liberi attestanti la delicatezza del suo amore per me, che bisogna non solo meglio comprendere nel suo manifestarsi, ma anche cercare di spiegare come sia sorto in lei. 





 




Continuando
a parlare dell’innamoramento di Lucia nei miei confronti, da me non
ricambiato, mi sono preoccupato di poter correre il rischio di
indurre a una certa vanità. Ma poi mi son reso conto che queste
preoccupazioni non possono sfiorare la mia anima, ormai tanto
temprata nell’umiltà da rimanere distaccata di fronte alle
illusorie soddisfazioni della vanagloria. E tutto quello che dirò
ancora una volta varrà quindi per gratitudine nei riguardi della
Stendardo e anche per farle piacere.




E’
bene subito dire che i versi della poesia “A Remo”, nel romanzo
storico “Mistico autunno”, sono da Lucia avvertiti un po’
inadeguati nell’esprimere il grande sentimento che li ha generati.
Eppure la sua fantasia e il suo cuore hanno prodotto immagini e
riflessioni belle e indimenticabili.




Il
testo della lirica in questione è stato già riportato nel mio
precedente articolo. Desidero dare anzitutto una esauriente
spiegazione di questo testo e poi passare a un commento critico su di
esso.




Nei
primi quattro versi Lucia immagina di essere in una notte “fredda,
cupa, sibilante”, tormentata dal “vento del Tirreno invaso dal
ciclone”, molto simile a quelle fredde notti che lei immagina che
io viva in montagna ad Agnone e di cui pare amorevolmente
preoccuparsi. Poi racconta come ci si è distaccati da poco dal
camino, fonte di calore e di discussioni, e lei rimasta sola nella
solitudine della casa, immergendosi nella lettura dei versi del
libro “Mia madre”, da me scritto con commozione, si sente in
sintonia con essi e ritrova completamente se stessa. Dà subito una
spiegazione di questo suo profondo ritrovarsi. Comincia col
sottolineare come io e lei siamo “uniti da un egual dolore, da un
lutto che è voragine nel cuore”, cioè dalla morte delle nostre
madri e dalla nostalgia per le cose che non ci sono più. Lucia
scopre nel libro “Mia madre”, che sta leggendo, in cui si trovano
le immagini della campagna, delle api e del pergolato, il mio
romantico amore per Fontesambuco, luogo della mia tradizione
familiare materna, oggi non più vivo come in passato, mentre la
sorgente del dolore e della nostalgia per lei è Grumo, luogo della
dipartita di sua madre.




Ma
la tristezza di questi ricordi non sono per Lucia un abbattimento
morale o un atteggiamento nichilista senza speranza. Per lei la
sofferenza e le memorie non si estinguono, ma servono per continuare
a vivere e a crescere nella Fede. A riprova di ciò la Stendardo
ricorda come io abbia chiesto a mia madre Anna Moauro, nel libro a
lei da me dedicato, “il dolce dono” d’inondare il mio essere
dell’aroma del suo spirito, caratterizzato dal sacrificio per il
bene e dalla fede in Dio, perché, seguendo il suo esempio, potessi
anch’io con i miei comportamenti diffondere intorno a me i semi
dell’amore. Lucia mi ricorda ancora che mia madre dal Cielo fa
subito sua la mia richiesta e cerca immediatamente di accontentarmi.
Ella continua anche dopo la morte ad aiutarmi: “a piene mani ti
inonda d’ amore” e coinvolge anche lei Lucia che mi vuol bene.
Pare a questo punto che la Stendardo voglia dirmi come io non mi
renda conto che il suo amore per me è voluto anche da mia madre, che
cerca tramite lei ancora di aiutarmi. E così la mia genitrice mi “dà
prova della sua esistenza/oltre la morte e del suo potere”.




Per
la bellezza di questo rapporto tra me e mia madre, per la “traditio”
sentimentale che ci lega, per il clima poetico, morale e religioso in
cui le appaiono avvolti madre e figlio, per tutto questo Lucia vede
in me ”un uomo santo/ che spande luce nei giorni più bui”. E ciò
la rende certa che, anche se non avrà per ora il mio amore, ci sarà
un domani in cui, “carichi d’anni e di esperienze affini,/ ci
incontreremo sul giusto cammino”. Il suo
amore è così grande che non si arrende mai e continua a sperare
sino alla fine.




E
immagina che quando saremo “carichi d’anni” ci incontreremo in
un ideale eremo “pregno di infinito”, dove si è alla ricerca di
Dio. E contemplando la “zolla verde nata su chi muore”, cioè
la speranza eterna che ci proviene dall’esempio di persone
religiose e care ormai defunte, e il cielo che sembra parlarci di
bene nella misteriosità e nello splendore “delle notti stellate,
dei tramonti”, le nostre anime diventeranno di fronte a tanta fede
e a tanta bellezza gioiose e nell’estasi destinate a far parte
“dell’Eterno vero”, cioè del Regno di Dio.




La
parte finale della poesia è certamente molto bella.




E’
bene precisare che la Stendardo fondamentalmente ha scritto in
prosa, come dimostrano i diversi libri della sua autobiografia.
Tuttavia ha prodotto anche poesie, come quelle del suo libro “Verrò
con l’alba”, pubblicato a Caserta nel 1982 e molti anni dopo
aggiornato.




Io
poi non ho letto tutta la produzione della Stendardo, per cui le mie
considerazioni si baseranno solo sulla prima edizione del suo libro
“Verrò con l’Alba” e sulla poesia “A Remo” presente nel
volume “Mistico Autunno”.




Leggendo
le liriche del libro “Verrò con l’alba” si intuisce
chiaramente che sono caratterizzate da un ricerca continua dell’
amore, che è così ben illustrato dalla scultura “Amore e psiche”
di Antonio Canova, che si trova in copertina. Bruno Graziolo, nella
sua introduzione al libro, tiene a precisare che nell’ansia della
ricerca di questo valore le poesie stendardiane, che sono certamente
belle, perdono qualcosa “sul piano della resa poetica”.




Il
paragone tra le poesie raccolte nel libro “Verrò con l’Alba” e
quella “A Remo” prodotta durante l’innamoramento di Lucia è
chiarificatore di un percorso poetico degno di essere considerato.




Nel libro “Verrò con l’Alba” in Lucia Stendardo c’è una
continua ricerca dell’amore o perduto o da trovarsi. Ella cerca il
bene nei diversi modi in cui può manifestarsi. Ma mentre nelle
poesie di “Verrò con l’alba” la ricerca dell’amore, proprio
perché è una ricerca, trova un limite nello sforzo
intellettualistico e nella sofferenza per ottenerlo, la poesia “A
Remo”, a mio avviso, è priva di questo limite in quanto l’amore
è stato conseguito. Essa quindi risplende di una maggiore purezza
lirica e di maggiore serena bellezza. Il sentimento che zampilla
dall’animo più che attenersi a regole metriche o rimiche induce
alla libertà espressiva. In questo componimento si notano una
particolare scelta di parole poetiche, la presenza di alcuni
spontanei endecasillabi e una serie di assonanze che lo rendono
esteticamente attraente.




E’ vero che in questa poesia c’è nel fondo pur sempre la
consapevolezza di un amore non corrisposto, ma è altrettanto vero
che la speranza di aver conseguito la felicità è così grande da
essere in grado di dissolvere ogni preoccupazione. Anche qualsiasi
atteggiamento individualistico o autoreferenziale scompare dando
valore all’amore. Lo stato felice, dovuto all’innamoramento,
rende completamente autentica e gioiosa l’espressione del
sentimento, dissolvendo qualsiasi razionale perturbazione nel cielo
poetico di Lucia. La scoperta del vero amore tutto coinvolge e
rasserena, tutto rende aperto e trasparente, tutto impreziosisce,
tutto trasforma in canto estetico.




Ci
si chiede quale sarà stata la causa dell’innamoramento della
Stendardo. Anche se non è facile sempre comprendere i motivi che
generano i sentimenti di una persona, si intuisce chiaramente che,
al di là dell’attrazione fisica, soltanto qualcosa che
spiritualmente accomuna e ci fa ritrovare può essere sorgente di
vera apertura amorosa e di abbandono. Lucia parla infatti di
“ritrovarsi” e di “esperienze affini”. Ciò significa che
ella ha intuito e visto in me un’anima sorella alla sua,
soprattutto sul piano morale e religioso. Pur essendo una donna
sensibile e ribelle a fin di bene si è accorta che poteva aver
fiducia in me, e abbandonarsi per aver scoperto il suo vero amore. Si
è sentita di poter fare e vivere il bene stando al mio fianco,
coronando così le sue più profonde aspirazioni.




La
bellezza dell’anima di Lucia Stendardo sta quindi nell’aver
puntato tutto sull’amore in un’atmosfera ideale e poetica. Il che
rende la sua anima splendente di preziosità, di fortezza e di
dignità non solo agli occhi degli uomini ma anche a quelli di Dio.




Tengo
però ad affermare che l’amore della Stendardo non è stato l’unico
grande amore che una donna abbia provato per me. Ce ne è stato un
altro, forse ancora più grande, che sarebbe un giorno degno di
essere raccontato. Si rimane certamente colpiti di fronte
all’intensità, all’ampiezza senza limiti e alla ricchezza di
sfumature sentimentali di un’innamorata anima femminile.




Mi
fa piacere, a chiusura di questo mio scritto, ricordare brevemente
con gratitudine un’altra persona che mi ha dedicato in passato una
sua lirica, ma in questo caso non una donna ma un uomo, cioè Sergio
Sammartino, che un tempo era mio amico. Sia la poesia di Sergio che
quella di Lucia furono composte nel decennio tra il 1980 e il 1990.
La breve ma pregnante e induistica lirica del Sammartino mi fu
inviata nel 1981 ed è stata quindi scritta prima di quella della
Stendardo, che fu elaborata nel 1989 e donatami in quell’anno. Il
primo fu spinto a comporla dall’amicizia, la seconda dall’amore.




Questa
è la poesia del Sammartino: “ Remo (titolo)./ Che strade
correrà/la tua barba gitana/cercando l’ eldorado che ti preme?/ Da
dove vieni, spirito d’opale? /Di quali paradisi hai nostalgia?/
Fenice affatturata di poesia,/ smarristi forse un tempo il tuo
cammino./ Pirata libero d’eterna gioia,/predatore di pace,/lieto
eroe/ senza corazze e armi/ e senza guerra./ Fin dove avrai coraggio
di inoltrarti/ cercando invano onnipotente amore/ nei profanati
agoni/della Terra?”.




Una
poesia questa a suo tempo apprezzata anche da Lucia.




Non può che farmi piacere constatare, con animo riconoscente, che io
sia stato oggetto da parte di Lucia Stendardo e di Sergio Sammartino
di tanta considerazione da diventare sorgente della loro ispirazione
poetica.









Remo
de Ciocchis





 




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