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Rubriche > MISTERI NASCOSTI > Alzi la mano chi sa resistere al fascino di una minigonna!
Alzi la mano chi sa resistere al fascino di una minigonna!
Articolo di Anna Pupa pubblicato il 15/11/2015 (7531 Letture)
minigonna e tacchi a spillo Anni duemila, la catena Harvey Nichols effettua un sondaggio tra i suoi clienti per individuare il capo più  amato: la minigonna ottenne il primo posto. Dall’Oriente arriva la tendenza. La minigonna nasce con, e trascina con sé, tutti i swinging sixties, ovvero i dieci anni più importanti del XX secolo, parlando di costume. Lo dimostra il fatto che le opinioni sul periodo sono ancora discordi: per alcuni l’epoca d’oro di nuove libertà, par gli altri il decennio tenebroso che ha portato alla dissoluzione di morale, autorità e disciplina. In entrambi i casi, il capo vale come manifesto.



miniMolto dipende da come è indossata, è vero, ma ciò non toglie che da quando le donne hanno iniziato ad indossarla sia cambiato il mondo.

Già ... il mondo ... perchè quella parte del costume che riguarda il rapporto tra i sessi è l`anima, il motore che ci fa vivere.

E quindi la minigonna ha fatto di più che il suffragio universale nel liberare la donna, nel renderla capace di vivere se stessa senza vincoli, senza restrizioni.

Certo è che se la minigonna ha avuto una parte importante nel processo di affrancazione della donna, molto di più rimane da fare per renderlo effettivo. La minigonna, che da un lato è il simbolo della libertà, dall`altro diventa uno stereotipo negativo, un accessorio indispensabile alla donna oggetto, alla velina di striscia la notizia.



Imbattersi in una minigonna così, rallegra la vita perchè è lei stessa gioia di esistere, ovunque, sempre.

Questa ritratta è probabilmente una playmate, una ragazzina bella per definizione, selezionata e trattata chirurgicamente, in somma una di quelle che finiscono in copertina, ma non è affatto obbligatorio essere così per sentirsi minigonna .... basta avere voglia di vivere.


Portarla in modo volgare si finisce per far credere che si è una prostituta.


Attenzione, metterla solo al momento giusto.


Cronaca:


La minigonna nasce con, e trascina con sé, tutti i swinging sixties, ovvero i dieci anni più importanti del XX secolo, parlando di costume. Lo dimostra il fatto che le opinioni sul periodo sono ancora discordi: per alcuni l’epoca d’oro di nuove libertà, par gli altri il decennio tenebroso che ha portato alla dissoluzione di morale, autorità e disciplina. In entrambi i casi, il capo vale come manifesto.



In un momento più dandy che mai, miscela di conservativismo, insolenza ed eccentricità, si va verso la liberazione dei costumi e degli abiti: stufe di guanti, tacchi e corsetti, in ribellione con la società borghese, ipocrita e asfissiante, le donne sfidano i confini e optano per comodità e capelli corti, sfoggiano collant colorati, scarpe piatte e minigonna, sperimentando persino inserti techno. D’ora in avanti s’instaura l’inesorabile processo all’inverso: è la strada a influenzare gli atelier, e non più solo il contrario. 



Londra come epicentro, con i tagli di Vidal Sassoon, i Beatles a fronteggiare i Rolling Stones, David Bailey a immortalare la moda del tempo, Michelangelo Antonioni a immortalare il suo personaggio, nella film cult Blow Up, anno 1966. Pellicola in cui Vera Gottliebe Anna von Lehndorff-Steinort, in arte Veruschka, recita la parte di se stessa, un cameo da modella.  



Ma fu l’inglese Twiggy, 16 anni e 45 chili di peso, l’indiscussa regina delle modelle, tanto da potersi ritirare, ricca e famosa a sufficienza, a soli 19 anni. L’ossuta adolescente dai grandi occhi fu la prima a diventare un idolo delle masse, del fenomeno che avrebbe reso le supermodelle parte integrante della cultura pop, al pari di musicisti e attori. Una foto la ritrae, di giallo vestita, minigonna, scarpe e collant in tinta, seduta sull’automobile che fende la folla della Fifth avenue, accorsa per festeggiare l’arrivo di una star, lei, in visita a New York.  

minigonna2

Sono anni di dinamismo e movimento, di estetica e di pensiero, ben sintetizzati nello scatto di Helmut Newton del marzo 1967: televisione e telefono per terra, gatto che salta a sfiorare il soffitto, Twiggy in volo con mini-chemisier di Mary Quant, le cui righe svettano in verticale.



Intanto la cantante Sandie Shaw si esibisce sul palco a lunghezza mini, e a piedi nudi, mentre una Jane Birkin con il miniabito più corto che si possa immaginare, forse tuttora, balla in una discoteca di Parigi avvinghiata a un Serge Gainsbourg con chiodo in pelle nera. Dalla Germania risponde l’eco della bellezza della modella e attrice Uschi Obermaier, icona della generazione 1968, nella parte di sex symbol, di mini vestita.  



Tornando indietro, alla sorgente, troviamo i costumisti John Bates (suoi alcuni degli abiti di Diana Rigg nella serie The Avengers)e Helen Rose, che produsse alcune gonne molto corte per i costumi di scena (in parte ispirati alle tuniche romane) dell'attrice Anne Francis nel film di fantascienza Il pianeta proibito, visionariamente girato nel 1956.



Anche se, prima ancora: a fine Ottocento la femminista francese Hubertine Auclert arrivò a creare la Lega per le gonne corte, e già negli anni venti i vestiti indossati dalle giovani donne arrivavano in alcuni casi sopra il ginocchio, tanto da far pminigonnaartire una regolamentazione in campo “orli” negli Stati Uniti.



Tornando ai Sessanta e alla mini-invasione, tra le sorgenti stilistiche troviamo da una lato la corrente dell’età spaziale dei francesi Courrèges e Cardin, dall’altro quella più beat della strada londinese.



Era il 1964, quando Courrèges presentava la collezione 'Space age': in passerella mannequin con mini abiti e body aderentissimi, stivali bianchi e tubini lunari. Courrèges incluse una mini portata con stivaletti, i Go-go boots, nella collezione Mod del 1965, introducendola quindi nella cosiddetta haute couture, mentre in passerella sfilavano le minigonne del suo connazionale Pierre Cardin. E poi la linea Mondrian, i dinamici rettangoli in jersey di lana che omaggiavano l’arte di Piet, disegnati da Yves Saint Laurent nel 1965: successo planetario che taglia in due il decennio, come le campiture cromatiche di quei day dress.



Ma prima di loro, il ciclone Mary Quant. L’inglese che sceglie Chelsea per aprire Bazaar, e che crea uno stile che riempie le vie di donne a sua immagine: capelli carrè, labbra pallide e occhi di brace, collant colorati e gonne a metà coscia.



A farle da controcanto, Barbara Hulanick, la celebre Biba, che dalla boutique di Kensington propone boa, velluti, tuniche e abiti preraffaelliti, pizzi e smalto nero, decadenza immortalata dalla fotografa Sarah Moon.



Ma la minigonna resta il capo principe, accompagnato dagli stivali cuissardes firmati Roger Vivier, 4 cm di tacco accompagnano la gamba scamosciata, nuda con rafia, avvolta da plastica trasparente o stretta dalle righe del tessuto elastico, siamo negli anni 67-68.



Una piccola-grande rivoluzione, prima scandalo e poi mania, festeggia le sue infinite primavere, che riallineano le sagome sulla sua lungmini gonnahezza: minima. Un corto radicale che lascia le gambe, guainate da stivali o semplicemente sfrontate, al centro esatto della scena.



Che torna negli Ottanta di Thierry Mugler, un corto in pelle nera, accanto a borchie, e eco punk, a trasgredire sono gli strass dei tanti bijoux, perversamente in contrasto.  



Tra il 1984 e il 1986 la mini-crini di Vivienne Westwood, fusione di un tutù da ballo con una post crinolina, capo metabolizzato soprattutto nel mondo dello spettacolo. Dove cantanti ed attrici ne fanno a volte una delle loro caratteristiche più identificabili, vedi il duo pop britannico Pepsi & Shirlie o la cantante Deborah Harry, meglio nota come Blondie. Indossata anche dalla principessa Diana, la mini traghetta la sua immagine nei Novanta, di deriva sexy-televisiva: Friends, Caroline in the City, Sex and the City, Melrose Place o Ally McBeal riportano alla ribalta il cotè erotico di questo tipo di indumento. Vedi Basic Instinct, vedi la famosa sequenza in cui Sharon Stone rende indimenticabile un corto tubino. Indimenticabile, lo scatto con i miniabiti in vinile a tinte forti, modello Versace 1995, una per ogni modella che ha fatto la storia delle top.



Anni duemila, la catena Harvey Nichols effettua un sondaggio tra i suoi clienti per individuare il capo più  amato: la minigonna ottenne il primo posto. Dall’Oriente arriva la tendenza Gothic Lolita, minigonna innanzitutto, dal passato riemerge lo stivale cuissarde, sfilate 2011: tutto torna.





 




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